Ristampa: Arti Marziali Occidentali

Spesso, degli interessi sviluppati fino a diventare vere e proprie passioni, hanno dato origine a ricerche notevoli, che hanno contribuito in misura enorme alle conoscenze attuali. Vale un po’ per tutti i campi, dalla fisica alla letteratura, dalla chimica alla storia; anche quindi per le arti marziali e gli sport da combattimento, il cui sviluppo è dovuto a uomini che si sono impegnati nello studio di esse e nel migliorarne l’efficacia. Ma a volte una passione smodata per qualcosa porta fuori strada nelle proprie ricerche e impedisce di vedere la realtà in modo oggettivo. Si tratta spesso di una voglia incommensurabile di attestare l’eccellenza dell’argomento della nostra passione agli occhi degli altri, che può essere “innocente” se si limita a magnificarla con le parole, ma lo è decisamente meno quando si inventano delle leggende sulla base di alcuni elementi, scartando tutti gli altri, in maniera decisamente poco obiettiva e scientifica.

 

Purtroppo capita anche nelle arti marziali.

Da quando le arti marziali sono arrivate in Occidente, si è sempre cercato di stabilire una loro derivazione unica, una radice comune, il principio dalla quale esse discendono. Una sorta di creazionismo delle arti marziali, che di volta in volta collocava questo principio in Giappone, in Cina e infine in India [monaco] seguendo la moda più che un metodo scientifico: in pratica se ne fissava l’origine nel paese ritenuto di “maggiore spiritualità”.

Ora che vengono riscoperte le arti marziali occidentali, la stessa cosa avviene in questo campo. Salvo che in alcuni casi, si aggiunge un sentimento di rivalsa nei confronti delle arti marziali orientali, quasi si fosse sofferto di un immotivato complesso di inferiorità nei loro confronti: l’esito finale è l’affermazione che le arti marziali orientali si sarebbero evolute a partire da quelle occidentali, le quali a loro volta avrebbero origine in Egitto o in Mesopotamia.

I gruppi che sostengono questa tesi in genere affermano anche che sarebbe stato Alessandro Magno, giunto fino in India, ad “esportare” le arti marziali e come prove, a loro dire schiaccianti, additano alcune sculture e pitture vascolari greche che mostrano lottatori nell’atto di applicare leve o eseguire gesti che si ritrovano nelle arti marziali orientali, ad esempio l’aikido, che fa grande uso di leve. Questo perché i guerrieri che accompagnarono Alessandro erano quasi tutti esperti di pancrazio, che si sarebbe perciò diffuso tra le popolazioni locali.

E’ vero che la coincidenza esiste: in una delle figure riportate in esempio,  si vede una pittura vascolare che rappresenta un incontro di pugilato greco e la schivata laterale con contrattacco mi ricorda personalmente, essendo praticante di wado-ryu, il quarto ippon kumite, oppure l’applicazione di una delle ultime tecniche del kata kushanku. Non ritengo però questo sufficiente a provare una discendenza diretta di una tecnica dall’altra e non solo perché vi sono in mezzo secoli.

La ricerca di un principio unico per tutto suona un po’, come ho già detto, come un’idea creazionista delle arti marziali, la ricerca di un dio che le avrebbe donate già perfettamente formate agli uomini.

Invece a mio parere sono alcuni criteri evoluzionisti che si possono applicare molto bene alle arti marziali. In particolare vorrei fare un parallelo con i concetti di strutture analoghe e strutture omologhe; nell’evoluzione delle specie si definiscono strutture analoghe quelle somiglianze tra organismi che discendono da linee evolutive differenti (sono le cosiddette convergenze evolutive, dovute all’adattamento ad un ambiente), come la somiglianza tra le ali degli uccelli e quelle degli insetti, mentre sono strutture omologhe quelle che hanno un’origine comune, ad esempio il braccio di un uomo e l’ala di un pipistrello, che hanno una struttura simile.

Lo stesso può essere detto per i gesti delle arti marziali, che possono essere simili ma nati da applicazioni diverse, cioè pensati per contesti diversi, quindi analoghi, oppure avere una stessa matrice, essere uno stesso movimento un po’ diverso, omologhi.

Perché a pensarci bene il principio unico delle arti marziali non va cercato nelle pratiche di un luogo o di un gruppo di uomini, ma nell’uomo stesso. Così come le aree orientali erano popolate prima dell’arrivo di Alessandro Magno, allo stesso modo è lecito pensare che arti marziali vi si fossero già sviluppate, anche se non è da escludere uno scambio reciproco; lo stesso discorso vale anche in senso inverso, da oriente a occidente, dove sicuramente si sono sviluppate arti marziali anche se non hanno lasciato tracce.

Arte marziale è letteralmente tutto ciò che ha a che fare con la guerra (Sun Tzu considerava arte marziale anche la corsa con i carri e il tiro con l’arco, che invece in Occidente hanno perso questa connotazione): cercare la fonte unica delle arti marziali è un po’ come affermare che la guerra sia stata “inventata” in un luogo e in un tempo ben precisi, mentre invece la conflittualità è insita nella natura umana. L’uomo poi è sempre lo stesso: che sia orientale od occidentale il suo braccio si piega in un senso e si spezza nell’altro. Le possibilità di movimento di un corpo sono le stesse, perciò anche i gesti finiscono con l’assomigliarsi, le leve in particolare, soprattutto dove non c’è uno “sport” codificato, ma una necessità di sopravvivenza tramite la sopraffazione dell’avversario: lo studio delle tecniche e la sperimentazione di tecniche nuove diviene quindi fondamentale.

Le cosiddette arti marziali sono quindi una cosa squisitamente umana, direi insita nella natura dell’uomo, a prescindere poi da cosa si voglia inserire sotto questa etichetta, che in fin dei conti non è che una categoria di comodo e i cui contenuti variano perciò a seconda del tempo e del luogo in cui vengono usate. E se oggi la guerra viene svolta premendo un bottone e quindi la categoria “arti marziali” prende un significato diverso (ma vale anche per quella di “sport da combattimento”), non bisogna mai dimenticare i molteplici significati che queste parole assumono o hanno assunto.

Non bisogna dimenticare che cosa c’è alla base: l’essere umano.

Di: Manuela Simeoni

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