Archivio per giugno, 2010
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Tempo addietro vi ho segnalato un interessante articolo sulla storia delle arti marziali degli Hakka, purtroppo era in inglese perciò molti non ne hanno potuto apprezzare il contenuto, ora con i potenti mezzi e con potenti intendo Jessica, possiamo far apprezzare questo testo anche ai non aglofoni!
Come sempre buona lettura e buona pratica a tutti!!!
Storia dell’arte Marziale degli Hakka e della loro relazione con le arti marziali Shaolin e quelle del Sud della Cina
Salvatore Canzonieri, Boonton, New Jersey
Traduzione italiana a cura di Jessica Mengali
Si pensa che il popolo degli Hakka siano originari da Henan e Shaanxi (non Shanxi), province nell’area del Fiume Giallo (non lontano dai Shaolin). Parlano una loro lingua, e si dice che quest’ultima debba le sue origini al popolo cinese Han, che risiede lì, per l’appunto. Ci vollero poche migliaia di anni per gli Hakka per emigrare radicalmente nel Sud della Cina (a Fukian, Guangdong, Jianxi e altre province). Si installarono anche ad ovest, nella provincia di Sichuan. Bisogna dire che ovunque loro si installarono, queste aree ospitavano degli stli di arti marziali del Sud, le quali erano connesse l’una all’altra (la Gru bianca, la Mantide del Sud, la Tigre Yongtai, il Dragi ecc…), così come anche il tai tzu Quan del Sud, praticato negli stessi luoghi.
Gli Hakka si distinguono per la conservazione di certe caratteristiche culturali che sono riconducibili al periodo pre-Qin (circa 2200 anni fa). Queste caratteristiche vengono espresse nei loro costumi, cibi, nella loro lingua, ecc… Gli hakka sono un gruppo misto che può includere diversi gruppi etnici, come risultato di una migrazione durata 2000 anni, a causa della quale è difficile tracciare linee sicure sulla loro storia. Il popolo originale degli Han presentava già un’ascendenza mista, come punto di partenza.
La Noce d’Areca e il Betel.
La Noce d’Areca e il Betel.
In un piccolo villaggio sulle montagne, vivevano due fratelli, simili come gocce d’acqua. Il maggiore si chiamava Tân, il minore Lang. Restati orfani prima d’aver raggiunto i vent’anni, si ritirarono sulle montagne per seguire gli insegnamenti dell’eremita Luu.
Il vecchio aveva una figlia dolce e buona ed entrambi i fratelli se ne innamorarono. La fanciulla, un giorno offrì loro una ciotola dì zuppa con un sol paio di bacchette. Come vuole la tradizione, Lang, il cadetto, lasciò che il fratello maggiore si servisse per primo; la ragazza riconobbe così il primogenito e, con il consenso dei genitori, lo scelse come sposo.
Lang triste e sconfortato, se ne andò; voleva tornare al villaggio natale. Superò monti e colline e si inoltrò nel folto della foresta fino a che si ritrovò dinnanzi un torrente dalle acque impetuose. Senza barca, il povero Lang, si sentì perduto e pianse con tale impeto sino a sfinirsi. Morì e si trasformò in un albero di areca.
Tân, partito in cerca del fratello, giunto al torrente si gettò nelle acque fonde e là trovò la morte. Si tramutò in un masso roccioso, ai piedi dell’albero d’areca. La giovane sposa, a sua volta, partita in cerca del marito, quando giunse in riva al torrente cadde su di uno sperone di roccia e morì. Fu trasformata in una liana di betel che si avvolse attorno all’albero di areca, cingendo il masso. Anche i genitori, della sposa, cercando la fanciulla, giunsero al torrente e comprendendo la triste vicenda fecero costruire un tempio per celebrare il culto dei morti.
Gli abitanti dei villaggi vicini commossi dall’esempio di tenerezza fraterna e fedeltà coniugale, si recarono all’altare per portarvi fiori e bastoncini d’incenso.
In un anno lontano, nel settimo mese, durante un’ispezione nelle sue terre, il re Hùng si arrestò dinnanzi al ruscello per rinfrescarsi. Vide la liana di betel, ne colse una foglia e la portò alla bocca. La masticò e poi sputò. Sulla roccia apparve una macchia rossa dall’odore particolare. Il re fece allora scaldare un frammento di roccia per trame calce da masticare con il frutto dell’albero e la foglia del rampicante. Le sue labbra e le sue gote si arrossarono d’un tratto; il sapore piacevole e il delicato profumo lo conquistarono.
Intuendo il valore di questi ingredienti, il sovrano li fece portare nel suo palazzo, inaugurando così la pratica millenaria della masticazione del betel
Ecco un interessante articolo tradotto come sempre dalla nostra bravissima Jessica!
La ringraziamo sempre perchè ci permette di ampliare le nostre conoscenze traducendo dal francese gli aritcoli che di continuo gli propino
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Buona lettura e buona pratica
In fondo all’articolo dopo il continua troverete l’articolo originale in lingua francese.
Il Vietnam vanta di numerosi stili d’arte marziale. Jacques Tran Van Ba, figlio di un grande Maestro, ci presenterà uno di questi stili, il Lam Son Vo Dao, una fusione tra l’arte Shaolin del Sud e Shaolin del Nord del Vietnam.
“Vantiamo 1 000 anni di storia in comune con la Cina. Anche se si tentò di negarlo, per ragioni politiche negli anni ’70, non si deve avere vergogna nel parlarne. Questa storia ci appartiene.”
Jacques Tran van Ba, arrivato in Francia nel 1971 e trasferitosi a Montpellier, si rifiuta di negare la verità. Cresciuto da un nonno rivoluzionario, egli a sempre fatto tesoro di questa cultura marziale. “Come stili buddisti, entrabi gli stili Shaolin sono indissociabili al Vietnam” afferma Jacques, “Mio nonno, torturato malamente dai Giapponesi, non ha potuto proseguire ad insegnare. All’età di 12 anni, mi sono inserito nella scuola del Maestro Quach Van Kè.”
Là si insegnava il Lam Son Vo Dao, un miscuglio tra Thieu Lam (in vietnamita – Shaaolin) e di Thang Long Bac Phaï, arte tradizionale del Nord del Vietnam.
“A differenza della maggior parte degli stili praticati, il Lam Son Vo Dao è uno stile circolare, basato sulla trasformazione continua della polarità Yin e Yang nel Dan Dien, il centro dell’energia situato nel ventre”, prosegue Jacques Tran Van Ba. “Tutto proviene dal Dan Dien. E’ il ventre che dirige gli arti, e non viceversa. Per questa ragione, il Lam Son Vo Dao è definito come un’arte di dominio interiore, anche se utilizza i pugni, i piedi e le proiezioni.”
Questo stile è spesso delicato, tanto da ritrovarsi spesso nella giungla delle scuola vietnamite.
Le Arti Marziali Vietnamite provengono storicamente da tre grandi famiglie: quella del Nord, il thang Long Bac Phaï (il volo del dragone); del centro, il Thinh Binh, e del Sud, il Tan Khanh Ba Tra. Bisogna però aggiungere anche il Vovinam Viet Vo Dao, nato dopo il 1940.
L’influenza cinese e indiana
“A prima vista, è difficile vedere le differenze”, riconosce Jacques Tran Van Ba, “Solo tramite la cultura e la pratica è possibile notare la diversità. In Francia, si sa subito che una pizza è italiana, una paella è spagnola o i crauti dell’Alsazia. Per un Vietnamita, questo non è evidente. Allo stesso modo, per un francese, non è sempre ovvia la diversità tra un piatto vietnamita, thailandese o cinese.”
Le sfumature esistono, fortunatamente. Al Nord, le scuola sono fortemente influenzate dagli sttili dei templi Shaolin del Sud, “che privilegiano le tecniche degli arti superiori”, e al Sud del Vietnam, le Arti Marziali tradizionali devono la loro origine principalmente alle pratiche indiane, birmane e cambogiane.
Immagine 2: posizione Quy Tàn: e battuta con l’estremità del manico della catena a nuovo tronco.
“Si assorbe in Yin, e in cotra-attacco in Yang”.
Il Lam Son Vo Dao, stile proveniente dal Nord, possiede come logica prioritaria nel combattimento, l’assorbimento. “Si assorbe in Yin, e in contra-attacco in Yang”, analizza Jacques Tran Van Ba. “Non si tratta di due movimenti ma di uno sollo. E’ un assorbimento circolare molto fluido (Yin) a cui si può far generare un attacco, Yang, rapido e potente, poiché l’assorbimento e l’attacco sono il riflesso della trasformazione dell’energia interna nel Dan Dien. La velocità dell’attacco può venire assimilato al lato di una frusta, il cui manico si situa verso il ventre. La base del nostro lavoro si effettua a partire da alcune forme (chiamati Quyen in vietnamita), che si ispirano ai movimenti della tigre, della scimmia e della fenice.”
La teoria delle cinque energie
La terminologia utilizzata per definire le forme è molto poetica e si ispira principalmente al buddismo quando si tratta di tecniche provenienti dal Sud della Cina (fiori di loto, vecchi susini…).
I nomi delle forme vengono dal popolo vietnamita e fanno riferimento alla vita quotidiana (animale d’oro, gallo coraggioso…).
“Ogni nome di Quyen ha la sua storia. Ogni Quyen ha il suo spirito, un’energia e una maniera di lavorare diversa. Ma tutti applicano la teoria delle cinque energie o dei cinque elementi.”
Contrariamente a un’idea diffusa, le Arti Marziali vietnamite privilegiano l’efficacia all’estetica. Nella scuola Lam Son Vo Dao, gli attacchi di calci spettacolari e aerei non hanno molto slancio. “I movimenti cono meno ampi che negli stili del Sud della Cina”, spiega Jacquea Van Tran Ba. “Si potrebbe individuare tre specificità delle Arti marziali tradizionali: il “Nhap noï”, che significa approfittare di un attacco o di uno spostamento del compagno per avvicinarvisi e contra-attaccare con delle tecniche corte; le azioni ripetute e le finte, nelle combinazioni, dissimulano colpi veri e falsi. L’attacco a una mano, per esempio, viene spesso inflitto con una tecnica circolare con l’altro arto superiore.”
Ritornare alla semplicità
Indissolubile al combattimento, il “Bai To” (saluto agli antenati) è una serie di tecniche destinate a ingraziare gli insegnamenti degli antenati, salutare gli altri membri della scuola a, dii maniera più pragmatica, vincere lo stress per concentrarsi. Oggigiorno, il Bai To è, per la maggior parte dei casi, ridotto a due movimenti. Nella tradizione, esso era costituito da una forma a sé che permetteva di concentrare l’energia. “E di salutare il Cielo e la Terra in quanto Uomo”, precisa Jacques Tran Van Ba, secondo cui “la pratica di un’arte marziale ha come priorità l’obiettivo della salute del praticante.
Se un allievo non arriva a trovare il sonno dopo un allenamento, o diviene triste, annoiato o violento dopo anni di pratica, vi sono forti rischi che le tecniche basate sull’efficacia e la potenza esterna abbiano deviato l’energie dai suoi meridiani e dai suoi organi interni. L’Arte Marziale insegnata nelle scuole tradizionali è un equilibrio tra l’arte-la bellezza, l’estetica-, il marziale -la tecnica, l’efficacia- e la parte spirituale, che permette d’affinare il senso di distinzione al fine di migliorarsi.”
L’umiltà è quindi una delle regole d’oro. D’altronde, il sistema di gradi messo in atto lo dimostra: si parte dalla cintura bianca per arrivare alla cintura rossa, indossata dagli istruttori, poiché essa è un simbolo di conoscenza tecnica, per poi ridivenire cintura bianca. “Si impara a dimenticare la tecnica per lavorare in modo più personale”, sottolinea Jacques Tran Van Ba. Un lavoro a mani nude ma anche con le armi: la spada, il bastone, la sciabola, la lancia e poi, a livello più progredito, l’alabarda e la catena a nuovo troncone. “Esperienza, bellezza, marziale e buon essere si intersecheranno per formare una cosa sola: l’amore per l’arte. Si pratica allora senza pensare alla fatica o alla pigrizia, senza mettere l’attenzione alla bellezza o senza guardare gli altri, senza ricercare l’efficacia o lo scopo.
L’arte marziale si trasforma dolcemente in arte di vita e l’uomo ritorna alla semplicità”.
Ma il cammino è lungo.
“Am Duong Cuoc, calcio con la pianta del piede.”
CONTRA-ATTACCO DI UN CALCIO
Il Maestro Tran Van Ba dimostra una delle dieci tecniche di contra-attacco, applicata a un calci. Il Maestro Jacques Tran Van Ba dirige una sua scuola, la Lam Son Vo Dao.
1. “Mi sposto in posizione Dinh Tán, il mio avanbraccio e la mia mano sinistra intercettano e assorbono il calcio e il suo impatto, tanto che il mio gomito destro tocca l’interno del ginocchio.”
2. “La mia mano sinistra controlla sempre la gamba del mio avversario e la porta lontano, seguendo un circolo creato dal senso del calcio. La mia mano destra controlla così il suo corpo.”
3. “La mia gamba sinistra torna e accompagna in un cerchio il suo calcio, poi mi metto in posizione Dinh Tán, in modo che il mio piede destro incroci la sua gamba.”
4. “La mia gamba sinistra continua a seguire il circolo per mettersi dietro la sua gamba d’appoggio, tutto ciò scendendo dalla mia posizione per pormi sopra al suo centro di gravità.”
5. “Io cado con la gamba destra in avanti, tutto sollevando con forza il mio avversario che, uscendo dal circolo, cade a terra.”
6. “Le mie gambe controllano il corpo, la mia mano sinistra controlla la sua mano, tanto che io finidco con un pugno martello destro.”
CONGRATULAZIONI A IARA E A GIANPIERO
LE CUI CINTURE SI SONO APPESANTITE
Colgo l’occasione di ricordare che la “cintura” non è solo un pezzo di stoffa
bensì un impegno e un onore che man mano che si procede lungo il cammino si fa sempre più pesante e piena di significati,
senza questa consapevolezza rimane vuota e sterile.
Ancora un BRAVI per il traguardo raggiunto e un “In bocca al Drago” ancora per il lungo cammino.

Stasera allenamento presso palestra interrata di Gardolo a Trento Nord ore 20.00 / 22.00
per errore rilascio palestre – decideremo assieme il da fare per i prossimi allenamenti che probabilmente saranno il GIOVEDI’ nel medesimo centro, ma nella palestra al piano rialzato
tenersi aggiornati grazie al sito
Il Bambu dai Cento Nodi.
Il Bambu dai Cento Nodi.
In un villaggio lontano, viveva una ricca famiglia di proprietari terrieri, ma la ricchezza non sempre è uguale all’onestà: sia il marito, sia la moglie, infatti erano avari e bugiardi.
I loro servitori, uno appresso all’altro, avevano lasciato il lavoro, non avendo mai ricevuto compenso per i mestieri prestati, a fronte dei quali non ottenevano che misero nutrimento. Il giovane Khoai, di carattere buono e generoso tuttavia, essendosi innamorato della figlia minore dei coniugi, era restato in famiglia. Quando la coppia di spilorci si accorse di quel sentimento, cercò subito di profittarne; il proprietario disse al servitore: "Rimani con noi figliolo. Se faticherai a dovere, senza ch’io abbia a lagnarmi, ti darò in sposa la mia figlia minore". Khoai, felice, accettò senza indugio la proposta e promise di lavorare duramente, senza risparmiarsi.
Passarono così tre lunghi anni, ma quando Khoai domandò di celebrare le nozze, ricevette un netto diniego e scoprì d’un tratto che il proprietario aveva già promesso in sposa la sua bella figlia al facoltoso erede del capo distretto provinciale!
Sentendosi ingannato il giovane reclamò. Il ricco proprietario andò su tutte le furie, ma essendo abile nell’impostura, si mostrò condiscendente e disse: "Non preoccuparti. Sposerai la mia figliola. Il fatto è che non ho sufficienti bambù per costruire la casa per la cerimonia… Va’ dunque nella foresta e cerca un bambù dai cento nodi; portalo qui e fabbrica subito un capanno". Khoai non ebbe esitazioni: prese l’accetta e andò nella foresta. Cercò e cercò ancora ma, di cespuglio in cespuglio, non riuscì a trovare alcun bambù con cento internodi.
Così, scoraggiato, si sedette su di una pietra e si mise a singhiozzare. Mentre piangendo meditava sulla sua cattiva sorte, vide d’un tratto un grande arco luminoso dal quale emerse un vecchio con barba e capelli d’argento. "Perché piangi, figliolo?" – gli chiese costui e, quand’ebbe appreso l’intera vicenda, disse: "Non perdere altro tempo: inoltrati nel cespuglio di bambù, raccogli cento nodi e portali qui". Khoai così fece. Ma quando vide, riuniti alla rinfusa, i cento nodi, il giovane riprese a singhiozzare. "Devo trovare un bambù dai cento nodi e non cento nodi di bambù!". L’anziano tuttavia sorrise sornione: " Adesso, – gli disse -, ordina Khàc nhap! Khàc nhap! (Unitevi subito!)". Khoai pronunciò quelle parole e i cento nodi si unirono in uno splendido bambù dai cento nodi.
Restava ora il problema di trasportare la lunga pertica e nel vedere il giovane in difficoltà, il vecchio suggerì: "Ora, ordina Khàc xuàt! Khàc xuàt! (disgiungetevi subito!)". Appena Khoai ebbe impartito l’ordine, i nodi si sciolsero ed egli poté legarli in mucchi che legò e trasportò con facilità con il bilanciere che caricò sulle spalle. Giunto a casa tuttavia, notò un insolito andirivieni e s’accorse che il matrimonio era già stato celebrato ed ora gli invitati stavano facendo festa.
Furente, il giovane si mise protestare, ma il proprietario bugiardo lo schernì: "Smettila una buona volta con le tue assurde pretese – disse. Non potrai mai meritare la nostra figliola". Poi, notando i mucchi di nodi che Khoai portava in spalla, sogghignò: "E neanche sei in grado di eseguire un ordine; avevo chiesto un bambù dai cento nodi e non cento nodi di bambù!". Tutti gli astanti scoppiarono in una fragorosa risata.
Il giovane allora pronunciò ad alta voce: "Khàc nhap! Khàc nhap!". I cento nodi in un baleno si unirono per diventare un solido tronco dai cento nodi. E non solo: ai due opposti capi del palo penzolavano la coppia di spilorci e il capo distretto provinciale!
La folla si tacque, poi si levarono voci per supplicare il rilascio dei ricconi. Khoai disse: "Khàc xuàt! Khàc xuàt!". I nodi, ancora una volta si disgiunsero, lasciando liberi i tre.
La famiglia dello sposo e gli invitati scapparono via. I due coniugi avari e bugiardi vollero subito procedere alla nozze di Khoai con la loro figliola. Da quel giorno non mancarono più alla parola data.
Foto Gonfaloni 2010
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U.I.Q.K.D.