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Vo Duong Luong Nhat lượng nhất

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“Le arti marziali, un’occasione per essere coscienti”

Sessantatre anni, arzillo e sorridente, Jean Qui sembra aver preso la dimensione più solare di due culture a cui si sente appartenente, quella delle sue origini, vietnamita, e quella francese, per mezzo della quale egli ha studiato.

Un uomo riservato, ma aperto agli altri, un maestro sereno che non aveva richieste.

JEAN QUI in breve:

Jean Qui nacque in Vietnam nel 1937, e vive in Francia dal 1955. E’ stato un insegnante di management e tecnologia nell’industria automobilistica. Jean Qui seguì l’insegnamento del Maestro Nguyen Trung-Hoa, uno dei grandi precursori della pratica delle Arti Marziali Vietnamite in Francia. Attualmente insegna, all’età di 73 anni, nel suo club, il “Sainte-Geneviève VIETVODAO”.

IL MIO DEBUTTO IN VIETNAM

Fu mio padre, funzionario per lo Stato Francese in Vietnam, che cominciò ad insegnarmi le arti marziali. Avevo 5-6 anni, ed abitavamo in campagna a causa di alcuni problemi. Facevamo combattimento in giardino. Non vi erano club, ma talvolta ci recavamo dal vicino e io combattevo contro i suoi figli, della mia stessa età. Secondo la mentalità vietnamita, imparare a combattere è una necessità, come imparare a leggere. Un uomo deve allenare il suo corpo, sapersi difendere, ma anche apprendere ad insegnare, e divenire mentalmente forte. I Maestri sono rispettati, e ai già ai miei tempi diventare discepolo era come avere un secondo padre, da rispettare e seguire ugualmente come il padre naturale. Allora, i più bravi esperti non raccoglievano molti allievi, e seguivano la concezione tradizionale secondo cui il Maestro era responsabile del suo insegnamento delle tecniche di combattimento, della qualità morale dei suoi allievi, del bene o del male che essi potevano fare alla società.

Mio nonno conosceva lo stile Thieu Lam -ovvero lo stile Shaolin- e me ne ha anche insegnato alcune tecniche. Avveniva tutto in maniera informale, lui mi prendeva da parte e mi mostrava i gesti ad uno ad uno, e anche in questo modo sono stato istruito. Quando sono stato un po’ più grande, ho cominciato a frequentare gli Hao Hao, una setta buddhista che insegnava le arti marziali durante la notte, poiché era proibito della istituzioni francesi. All’epoca ero giovane e bruciavo dal desiderio di apprendere delle tecniche di combattimento. Quell’atmosfera mi rendeva su di giri! Vi fu un periodo in cui si diceva che i Maestri non insegnavano tutte le tecniche, e conservavano per loro alcuni segreti per prevenirsi da un tradimento… Questo era quanto i più grandi maestri riuscirono a farci credere! Sessant’anni più tardi, so bene che non c’è nessun segreto, ma soltanto il lavoro.

Continua..

36-39_OKM31_AMVietnamie-2 Arti Marziali Vietnamite

QWAN KI DO

In questo numero incontreremo nuovamente il Qwan Ki Do, disciplina rappresentata dal Maestro Pham Xuân Tong, il suo fondatore.

LE ORIGINI CINESI

Un’importante parte del Qwan Ki Do (Guan Qi Tao in cinese) trova le sue origini in Cina, paese riconosciuto come la culla delle arti marziali. Il Maestro Pham Xuân Tong, il Fondatore del Qwan Ki Do ha ricevuto il suo insegnamento dal Grande maestro Chau Quan Ky, maestro cinese rifugiato in Vietnam verso gli anni ’40 del ’900, come molti altri suoi compatrioti. Originario dell’etnia Hakka (tradotto del cinese, “hakka” significa “famiglie viaggiatrici”), Il Maestro Chau Quan Ky, nato nel 1895 nella provincia di Quang Dông in Cina, venne iniziato alle arti marziali da suo zio, sacerdote taoista e direttore di una grande scuola di arti marziali. La sua conoscenza delle arti marziali e della medicina tradizionale fu incontestabile da parte dei numerosi rifugiati cinesi in quell’epoca.

Dopo molti anni vissuti in Vietnam, il Maestro Chau Quan Ki, su consiglio di molti esperti vietnamiti in arti marziali, i Grandi Maestri Lê Van Kiên, Lai Qui e Long Hô Hoi, accettò la cittadinanza vietnamita e di aderire alla federazione della arti marziali vietnamite (Tong Chuôc Quyên Thuât Viêt Nam), per poi creare finalmente la sua prima scuola ufficiale nel 1958 a Phu Nuân, chiamata Vo Duong Hô Hac Trao. Il Maestro Chau Quan Ki a anche apportato al Vietnam le abilità degli stili di arti marziali più rinomati della Cina del Sud.

Continua..

Per la prima volta dal ’75 un giornalista occidentale è riuscito a salire sul treno che corre lungo la più celebre strada ferrata d’Indocina, la «transvietnamita». È un fotoreporter di «Gente Viaggi», Richard Poisson, e il treno su cui ha viaggiato è il simbolo della storia e della miseria, della bellezza e dell’inferno di tutto un Paese. Parte ogni tre giorni da Sai-gon e raggiunge, dopo 52 ore di estenuante tragitto, Hanoi. Eppure, è proprio questo vecchissimo e lento convoglio a portare nella capitale del Nord, la città dei burocrati, il vento del rinnovamento che spira a Saigon, la futura Hong Kong d’Indocina

GENTE VIAGGI – Settembre 1992 di RICHARD POISSON (testo raccolto da: A. Dagnino)
foto: YANN LAYMA (Franca Speranza) – J. Aaronson (Ag. Masi) – B. Simmons (Ag. Volpe)

1) - Vietnam tra passato e futuro: "SUL TRENO PROIBITO"
2)- Per capire Saigon: ALLA VIGILIA DELLA GRANDE SVOLTA
3)- RITORNO A SAIGON
4)- Hanoi: la capitale dei guerrieri-contadini. L’ALTRA ANIMA DEL VIETNAM

 

Fonte Italia Vietnam

I bastoni…

Numerose sono le forme, le misure e i materiali nella grande famiglia dei bastoni, per quanto concerne le diverse arti marziali.

Si parte dal bastone della misura di una penna, passando per i bastoni lunghi come un braccio, o i bastoni di media taglia, dalla sezione cilindrica o ottagonale, affilati e non, di legno o di metallo , fino ad arrivare ai bastoni lunghi, ad altezza uomo o lunghi anche dai 3 ai 5 metri, perciò ci si può immaginare quante varianti di tecniche vi possono essere.

In Vietnam, il bastone lungo è in bambù pieno (rattan), costituito principalmente da 8 sezioni. Il suo diametro usuale è quello che si può formare con un pollice e un indice della mano, e la sua lunghezza corrisponde all’altezza dell’uomo più un pugno al di sopra della testa.

A seconda delle tecniche, i diametri variano, talvolta anche accorciando l’attacco fino ad arrivare alla distanza di un avambraccio.

Tecnica e Spirito

Il bastone è l’oggetto di difesa (per proteggersi) e utile alla sopravvivenza (per cacciare) più semplice e più usato dalla notte dei tempi.

Nel suo utilizzo come nel suo spirito, esso è un oggetto utile prima d’essere un’arma, è allo stesso tempo difensivo e offensivo, al contrario della sciabola.

Il bastone lungo (Bong ou Côn), come il bastone corto, fa parte delle 18 armi tradizionali della pratica marziale.

Esse sono le prime 18 armi della prima delle 5 famiglia legate ai 5 elementi.

L’elemento Terra è quello corrispondente al bastone e le sue tecniche sono di difesa e di bloccaggio; vengono utilizzati gli attacchi in battuta, gli attacchi di punta, le contro-mosse e maneggi.

Storia

Nella movimentata storia del Vietnam, la pratica del bastone si diffuse in tutta la popolazione (civile e militare) in certi periodi.

Nelle epoche leggendarie (6° dinastia Hung Vuong), si narra delle imprese di un eroe (Phu Dong Thien Vuong) che cacciava negli anni di occupazione cinese con il suo lungo bastone d’acciaio.

Successivamente, dopo molti secoli di trasmissione segreta di quest’arte, da alcuni Maestri ritirati in monasteri, la pratica del bastone è emersa alla luce del sole durante il periodo della lotta per l’indipendenza; così sotto la dinastia dei Tran (1225-1400), vennero create delle Accademie d’arti marziali, con titoli di Dottori d’Arti Marziali, e ciò avvenne anche in tempi più recenti dal 1752 al 1788 con l’imperatore Quan Trung.

Terapia

Di un agevole maneggio e di un’efficacia relativamente rapida, il bastone permette all’uomo, propenso al benessere e alla serenità, di sposare lo spirito e la materia nell’animare il bastone in una maniera spesso affascinante.

L’Uomo è dunque simile agli anziani saggi che possiedono in loro stessi, malgrado la loro calma interiore, un potenziale di possibilità d’esperienza immensa e incrollabile.

Secondo questa espressione artistica, l’uomo cresce all’infuori degli imperativi di rendimento; egli si connette con i germi profondi della sua vitalità e si illumina.

Aldilà del piacere, che consuma come un incendio, l’uomo scopre il buonumore, che illumina come un sole il suo cuore.

Filosofia

Un’antica fiaba ci narra : « Un tempo il Fuoco e la Luce si disputavano in uno spazio immenso. Il Fuoco era allora nero, e il suo calore era ombra; La Luce era fredda e la sua lucentezza ghiacciava, La Terra, senza fiori, in cui gli uccelli non cantavano, non era che uno sterile caos, alimentato dall’eterno combattimento dei due irriducibili avversari.

Venne il giorno in cui si stancarono e le due potenze esclamarono: pace!

Allora, di un impeto non di odio ma di amore, esse si abbracciarono e a quel punto il Fuoco divenne abbagliante e la Luce ardente. La Terra sorrise e sentì la primavera trasalire con i suoi fianchi sotto I raggi di un sola d’oro.»

Questa fiaba ci rivela che l’armonia è il riflesso del dualismo universale chiamato « forza positiva – forza negativa » (Yin-Yang ; Am-Duong).

Queste due entità dirigono e organizzano la Natura. Questa grande legge dei contrasti è lo splendore di questo mondo, l’origine da cui noi traiamo troppo spesso dei fraintendimenti in relazione della nostra gioia d’essere diversi, al fine di trovare un’armonia in un più incisivo accordo.

Così nell’arte marziale, la filosofia (lo spirito) quando è separata dall’azione (la pratica) si inaridisce; la stessa azione isolata non è altro che un vano movimento.

Così il ritmo armonioso del lavoro del bastone, dove lo spirito e tutto il corpo sono sollecitati, è simile ad un programma di computer,poiché alterna la fase positiva a quella negativa, forza e scioltezza, concentrazione e rilassamento, rapidità e lentezza, attacco e difesa, movimento e immobilità, riflessione e intuizione, ecc…

Le strutture dell’uomo-microcosmo costituiscono il riflesso delle celle dell’universo-macrocosmo; se i suoi ritmi vitali sono in sintonia con l’alternanza dei princìpi e le energie positive e negativa, questo riflesso diventa un « sole dorato».

Nella nostra epoca, di tumulto e di violenza, l’arte del bastone lungo, così come per la sua pratica tanto come per il suo spirito, si propone di introdurre il mondo occidentale a tutta questa richezza terapeutica e filosofica.

Traduzione a cura di Jessica Mengali

Nguyen_van_nguyen_amv_dec06KBScrivo questo post con seguente articolo tradotto dalla magistrale Jessica per fare una riflessione sulla distanza nel combattimento.

Spesso ci si trova di dover gestire la distanza in uno scambio di tecniche o combattimento e nel Qwan Ki Do come in tutte le arti di combattimento la gestione della distanza fa la differenza fra il vincere o il perdere , fra il mettere a segno un punto o perderlo.

Nell articolo seguente pone l’accento su come accorciare la distanza prendendo l’iniziativa accorciandola con ausilio di una spazzata, la spazzata è molto utile in questa occasione sia per avvicinarsi sia per distrarre il compagno ed infine eventualmente per sbilanciarlo.

Spesso è più utile “sbilanciarlo” pscicologicamente facendogli credere che l’attacco stia arrivando dal basso, dalle gambe, mentre invece lo scopo è solo quello di penetrare la sua guardia e di concludere la tecnica con le mani.

Qui di seguito due sequenze d’esempio come altrettante ne abbiamo viste durante i nostri allenamenti.

Questo espediente si trova anche in uno degli strategemmi cinesi:

Attraversare il mare ingannando il cielo

ovvero spostare l’attenzione dell’avversario su particolari poco rilevanti.

Ma magari dedicheremo più avanti degli approfondimenti a questi stratagemmi.

Dopo il salto continua l’articolo con la descrizione delle sequenze.

Continua..

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La grande maggioranza dei termini tecnici utilizzati nel Quan Khi Dao provengono direttamente o indirettamente dal Thâp Bat La Han Quyên (Shi Ba Luo Quan) o boxe dei diciotto arhat buddhisti. Le conoscenze tecnico-tattiche relative a tale metodo di combattimento sono incluse nelle 18 forme codificate, ripartite in due gruppi:

Il Tiêu Môn La Han Quyên o boxe degli arhat buddhisti della piccola porta, che comprendono 8 forme e il Dai Môn La Han Quyên o boxe degli arhat buddhisti della grande porta, che comprende 10 forme.

CHI FURONO GLI ARHAT BUDDHISTI?

Il termine La Han (Luo Han) è un’abbreviazione di A La Han (A Luo Han), la quale è una sinizzazione del termine sanscrito arhat o arhan, che significa “personaggio venerabile”. Questo termine viene spesso interpretato come se fosse scritto arihat “uccisore del nemico”, ovvero colui che ha completamente distrutto la passione carnale.

Gli arhat sono 18, discepoli diretti di Buddha, e guardiani della dottrina di Sâkyaumuni. Nell’ideale della dottrina di Hinayâna (piccolo veicolo), gli arhat cercano prima di tutto il loro personale saluto, per l’opposizione ai Bodhisattvas di Mahâyana (grande veicolo), che per compassione per gli esseri, ritardano la loro entrata nel nirvâna al fine di convertirli e di salvarli dai dolori della trasmigrazione.

Si pensava che gli arhats avessero una grande varietà di poteri sovrannaturali. Ciascuno dei 18 guardiani del buddhismo è rappresentato in maniera caratteristica nell’iconografia buddhista.

(IMMAGINE) Phanthaka (Ban Thac Gia – Ban Tuo Jia), il decimo arhat buddhista.

Egli era uno dei più grandi discepoli di Buddha. Aveva il potere magico di attraversare i corpi solidi, di produrre fuoco ed acqua a volontà, e ridurre la sua altezza al punto di sparire completamente. Viene rappresentato come un uomo grande, seduto su di una roccia e chino su di un manoscritto.

 

Continua per le raffigurazioni dei 18 arhat e l’elenco delle Forme

Traduzione Jessica Mengali

Continua..

China - Valley Of The Hakka Houses Fujian.jpg

Tempo addietro vi ho segnalato un interessante articolo sulla storia delle arti marziali degli Hakka, purtroppo era in  inglese perciò molti non ne hanno potuto apprezzare il contenuto, ora con i potenti mezzi  e con potenti intendo Jessica, possiamo far apprezzare questo testo anche ai non aglofoni!

Come sempre buona lettura e buona pratica a tutti!!!

Storia dell’arte Marziale degli Hakka e della loro relazione con le arti marziali Shaolin e quelle del Sud della Cina

Salvatore Canzonieri, Boonton, New Jersey

Traduzione italiana a cura di Jessica Mengali

Si pensa che il popolo degli Hakka siano originari da Henan e Shaanxi (non Shanxi), province nell’area del Fiume Giallo (non lontano dai Shaolin). Parlano una loro lingua, e si dice che quest’ultima debba le sue origini al popolo cinese Han, che risiede lì, per l’appunto. Ci vollero poche migliaia di anni per gli Hakka per emigrare radicalmente nel Sud della  Cina (a Fukian, Guangdong, Jianxi e altre province). Si installarono anche ad ovest, nella provincia di Sichuan. Bisogna dire che ovunque loro si installarono, queste aree ospitavano degli stli di arti marziali del Sud, le quali erano connesse l’una all’altra (la Gru bianca, la Mantide del Sud, la Tigre Yongtai, il Dragi ecc…), così come anche il tai tzu Quan del Sud, praticato negli stessi luoghi.

Gli Hakka si distinguono per la conservazione  di certe caratteristiche culturali che sono riconducibili al periodo pre-Qin (circa 2200 anni fa). Queste caratteristiche vengono espresse nei loro costumi, cibi, nella loro lingua, ecc… Gli hakka sono un gruppo misto che può includere diversi gruppi etnici, come risultato di una migrazione durata 2000 anni, a causa della quale è difficile tracciare linee sicure sulla loro storia. Il popolo originale degli Han presentava già un’ascendenza mista, come punto di partenza.

Continua..

KBnov2006_vtn_lam-son-vo-dao Ecco un interessante articolo tradotto come sempre dalla nostra bravissima Jessica!

La ringraziamo sempre perchè ci permette di ampliare le nostre conoscenze traducendo dal francese gli aritcoli che di continuo gli propino :) .

Buona lettura e  buona pratica

 

 

In fondo all’articolo dopo il continua troverete l’articolo originale in lingua francese.

Il Vietnam vanta di numerosi stili d’arte marziale. Jacques Tran Van Ba, figlio di un grande Maestro, ci presenterà uno di questi stili, il Lam Son Vo Dao, una fusione tra l’arte Shaolin del Sud e Shaolin del Nord del Vietnam.

“Vantiamo 1 000 anni di storia in comune con la Cina. Anche se si tentò di negarlo, per ragioni politiche negli anni ’70, non si deve avere vergogna nel parlarne. Questa storia ci appartiene.”

Jacques Tran van Ba, arrivato in Francia nel 1971 e trasferitosi a Montpellier, si rifiuta di negare la verità. Cresciuto da un nonno rivoluzionario, egli a sempre fatto tesoro di questa cultura marziale. “Come stili buddisti, entrabi gli stili Shaolin sono indissociabili al Vietnam” afferma Jacques, “Mio nonno, torturato malamente dai Giapponesi, non ha potuto proseguire ad insegnare. All’età di 12 anni, mi sono inserito nella scuola del Maestro Quach Van Kè.”

Là si insegnava il Lam Son Vo Dao, un miscuglio tra Thieu Lam (in vietnamita – Shaaolin) e di Thang Long Bac Phaï, arte tradizionale del Nord del Vietnam.

“A differenza della maggior parte degli stili praticati, il Lam Son Vo Dao è uno stile circolare, basato sulla trasformazione continua della polarità Yin e Yang nel Dan Dien, il centro dell’energia situato nel ventre”, prosegue Jacques Tran Van Ba. “Tutto proviene dal Dan Dien. E’ il ventre che dirige gli arti, e non viceversa. Per questa ragione, il Lam Son Vo Dao è definito come un’arte di dominio interiore, anche se utilizza i pugni, i piedi e le proiezioni.”

Questo stile è spesso delicato, tanto da ritrovarsi spesso nella giungla delle scuola vietnamite.

Le Arti Marziali Vietnamite provengono storicamente da tre grandi famiglie: quella del Nord, il thang Long Bac Phaï (il volo del dragone); del centro, il Thinh Binh, e del Sud, il Tan Khanh Ba Tra. Bisogna però aggiungere anche il Vovinam Viet Vo Dao, nato dopo il 1940.

L’influenza cinese e indiana

“A prima vista, è difficile vedere le differenze”, riconosce Jacques Tran Van Ba, “Solo tramite la cultura e la pratica è possibile notare la diversità. In Francia, si sa subito che una pizza è italiana, una paella è spagnola o i crauti dell’Alsazia. Per un Vietnamita, questo non è evidente. Allo stesso modo, per un francese, non è sempre ovvia la diversità tra un piatto vietnamita, thailandese o cinese.”

Le sfumature esistono, fortunatamente. Al Nord, le scuola sono fortemente influenzate dagli sttili dei templi Shaolin del Sud, “che privilegiano le tecniche degli arti superiori”, e al Sud del Vietnam, le Arti Marziali tradizionali devono la loro origine principalmente alle pratiche indiane, birmane e cambogiane.

KBnov2006_vtn_lam-son-vo-daoImmagine 2: posizione Quy Tàn: e battuta con l’estremità del manico della catena a nuovo tronco.

“Si assorbe in Yin, e in cotra-attacco in Yang”.

Il Lam Son Vo Dao, stile proveniente dal Nord, possiede come logica prioritaria nel combattimento, l’assorbimento. “Si assorbe in Yin, e in contra-attacco in Yang”, analizza Jacques Tran Van Ba. “Non si tratta di due movimenti ma di uno sollo. E’ un assorbimento circolare molto fluido (Yin) a cui si può far generare un attacco, Yang, rapido e potente, poiché l’assorbimento e l’attacco sono il riflesso della trasformazione dell’energia interna nel Dan Dien. La velocità dell’attacco può venire assimilato al lato di una frusta, il cui manico si situa verso il ventre. La base del nostro lavoro si effettua a partire da alcune forme (chiamati Quyen in vietnamita), che si ispirano ai movimenti della tigre, della scimmia e della fenice.”

La teoria delle cinque energie

La terminologia utilizzata per definire le forme è molto poetica e si ispira principalmente al buddismo quando si tratta di tecniche provenienti dal Sud della Cina (fiori di loto, vecchi susini…).

I nomi delle forme vengono dal popolo vietnamita e fanno riferimento alla vita quotidiana (animale d’oro, gallo coraggioso…).

“Ogni nome di Quyen ha la sua storia. Ogni Quyen ha il suo spirito, un’energia e una maniera di lavorare diversa. Ma tutti applicano la teoria delle cinque energie o dei cinque elementi.”

Contrariamente a un’idea diffusa, le Arti Marziali vietnamite privilegiano l’efficacia all’estetica. Nella scuola Lam Son Vo Dao, gli attacchi di calci spettacolari e aerei non hanno molto slancio. “I movimenti cono meno ampi che negli stili del Sud della Cina”, spiega Jacquea Van Tran Ba. “Si potrebbe individuare tre specificità delle Arti marziali tradizionali: il “Nhap noï”, che significa approfittare di un attacco o di uno spostamento del compagno per avvicinarvisi e contra-attaccare con delle tecniche corte; le azioni ripetute e le finte, nelle combinazioni, dissimulano colpi veri e falsi. L’attacco a una mano, per esempio, viene spesso inflitto con una tecnica circolare con l’altro arto superiore.”

Ritornare alla semplicità

Indissolubile al combattimento, il “Bai To” (saluto agli antenati) è una serie di tecniche destinate a ingraziare gli insegnamenti degli antenati, salutare gli altri membri della scuola a, dii maniera più pragmatica, vincere lo stress per concentrarsi. Oggigiorno, il Bai To è, per la maggior parte dei casi, ridotto a due movimenti. Nella tradizione, esso era costituito da una forma a sé che permetteva di concentrare l’energia. “E di salutare il Cielo e la Terra in quanto Uomo”, precisa Jacques Tran Van Ba, secondo cui “la pratica di un’arte marziale ha come priorità l’obiettivo della salute del praticante.

Se un allievo non arriva a trovare il sonno dopo un allenamento, o diviene triste, annoiato o violento dopo anni di pratica, vi sono forti rischi che le tecniche basate sull’efficacia e la potenza esterna abbiano deviato l’energie dai suoi meridiani e dai suoi organi interni. L’Arte Marziale insegnata nelle scuole tradizionali è un equilibrio tra l’arte-la bellezza, l’estetica-, il marziale -la tecnica, l’efficacia- e la parte spirituale, che permette d’affinare il senso di distinzione al fine di migliorarsi.”

L’umiltà è quindi una delle regole d’oro. D’altronde, il sistema di gradi messo in atto lo dimostra: si parte dalla cintura bianca per arrivare alla cintura rossa, indossata dagli istruttori, poiché essa è un simbolo di conoscenza tecnica, per poi ridivenire cintura bianca. “Si impara a dimenticare la tecnica per lavorare in modo più personale”, sottolinea Jacques Tran Van Ba. Un lavoro a mani nude ma anche con le armi: la spada, il bastone, la sciabola, la lancia e poi, a livello più progredito, l’alabarda e la catena a nuovo troncone. “Esperienza, bellezza, marziale e buon essere si intersecheranno per formare una cosa sola: l’amore per l’arte. Si pratica allora senza pensare alla fatica o alla pigrizia, senza mettere l’attenzione alla bellezza o senza guardare gli altri, senza ricercare l’efficacia o lo scopo.

L’arte marziale si trasforma dolcemente in arte di vita e l’uomo ritorna alla semplicità”.

Ma il cammino è lungo.

KBnov2006_vtn_lam-son-vo-dao2  “Am Duong Cuoc, calcio con la pianta del piede.”

CONTRA-ATTACCO DI UN CALCIO

Il Maestro Tran Van Ba dimostra una delle dieci tecniche di contra-attacco, applicata a un calci. Il Maestro Jacques Tran Van Ba dirige una sua scuola, la Lam Son Vo Dao.

1. “Mi sposto in posizione Dinh Tán, il mio avanbraccio e la mia mano sinistra intercettano e assorbono il calcio e il suo impatto, tanto che il mio gomito destro tocca l’interno del ginocchio.”

2. “La mia mano sinistra controlla sempre la gamba del mio avversario e la porta lontano, seguendo un circolo creato dal senso del calcio. La mia mano destra controlla così il suo corpo.”

3. “La mia gamba sinistra torna e accompagna in un cerchio il suo calcio, poi mi metto in posizione Dinh Tán, in modo che il mio piede destro incroci la sua gamba.”

4. “La mia gamba sinistra continua a seguire il circolo per mettersi dietro la sua gamba d’appoggio, tutto ciò scendendo dalla mia posizione per pormi sopra al suo centro di gravità.”

5. “Io cado con la gamba destra in avanti, tutto sollevando con forza il mio avversario che, uscendo dal circolo, cade a terra.”

6. “Le mie gambe controllano il corpo, la mia mano sinistra controlla la sua mano, tanto che io finidco con un pugno martello destro.”KBnov2006_vtn_lam-son-vo-dao2

Continua..

dippiù?